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di Alessandra Oliva

Femmes fatales – Tra mito e storia

 
“Di donne fatali ce ne sono state sempre nel mito e nella letteratura, perché mito e letteratura non fanno che rispecchiare fantasticamente aspetti della vita reale.
Mario Praz
Femme fatale: una tipologia di donna inventata dalla letteratura, celebrata nel cinema a partire dagli anni Venti, e diventata mito. Ho dedicato già alcuni post e look a questo tema, ma mai alle sue origini letterarie; dove tutto è cominciato, dove la figura della donna dal fascino fatale ha fatto il suo ingresso nella cultura occidentale.
Nel suo splendido saggio La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, il critico letterario Mario Praz dedica un capitolo alla nascita delle femmes fatales, intitolandolo La belle dame sans merci, dall’omonima poesia di Keats. Il mito della femme fatale nasce, infatti, proprio nell’Ottocento romantico, ma è soprattutto nel Decadentismo, a cavallo tra Ottocento e Novecento, che si diffonde nella letteratura europea, diventando una moda.
La sensibilità esasperata e spesso morbosa di questo periodo dà la migliore rappresentazione del tipo della donna fatale. Un tipo che presto diventerà un cliché sfruttato dalla narrativa di consumo, e che trova il suo trionfo nei romanzi di D’Annunzio.
Le donne dannunziane sono un concentrato delle femmes fatales di tutte le epoche. A cominciare da Il Piacere, dove la protagonista femminile, Elena Muti, viene descritta come una donna dal fascino perverso e dalla spiccata sensualità, di fronte ai quali l’amante resta soggiogato: “Perché ella voleva partire? Perché ella voleva spezzare l’incanto? I loro destini ormai non erano legati per sempre? Egli aveva bisogno di lei per vivere, degli occhi, della voce, del pensiero di lei… Egli era tutto penetrato da quell’amore; aveva tutto il sangue alterato come da un veleno, senza rimedio.”
Sono delle superdonne seduttive e dominatrici che incarnano il predominio della passione e dell’istinto sulla ragione, sono emblemi dell’amor carnale e della sessualità. La femme fatale di D’Annunzio, e di altri scrittori italiani di quel periodo, ripropone il tipo ottocentesco della tentatrice sensuale e inquietante, pericolosa per l’uomo proprio per il suo potere di seduzione. Bella e fascinosa, crudele ma spesso con dei tratti di estrema fragilità emotiva, questa figura femminile sembra essere il simbolo di una Natura che, non dominata completamente dall’uomo, crea ma anche distrugge.

Forse che sì, forse che no, sempre di D’Annunzio, uscito nel 1910, è l’estrema rappresentazione del cliché della femme fatale; un romanzo dalle caratteristiche ardite e audaci, anche in senso di erotismo.

La fatalona dark Isabella Inghirami – ispirata alla Marchesa Casati, autentica femme fatale nella vita – è in letteratura una delle migliori incarnazioni di questo tipo femminile. Subito dopo in letteratura scomparirà lo stereotipo delle donne fatali, ma rimarrà il mito, invadendo il cinema per giungere fino a noi.
Oggi le femmes fatales non esistono più, ne rimane solo traccia nella storia, nell’arte e nel nostro immaginario collettivo. E, come tutte le cose che riguardano il vecchio secolo scorso, se ne sente un po’ la nostalgia in un’epoca in cui la seduzione femminile si identifica con supermodelle, influencers, o al massimo attrici. Ma le femmes fatales erano di un’altra stoffa: quella dell’unicità, dell’essere uniche nella diversità dalla massa. Nel bene e nel male.
Per questo motivo, benchè appartenga ad un’altra epoca, il mito della femme fatale (per fortuna) non morirà mai.
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